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I luoghi comuni e l'approssimazione dell'informazione fanno male anche alla sicurezza automobilistica. PDF Stampa E-mail
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Sabato 03 Settembre 2011 18:58

Il modo in cui vengono presentate le notizie spesso non aiuta ad evidenziare i veri problemi, o le cause, che stanno dietro, a ciò che leggiamo.

E' colpa di un giornalismo spesso approssimativo che punta più alla notizia sensazionale che ad 'entrare' nella notizia stessa.

E' colpa un po' anche nostra, che veniamo attratti più dalla morbosità che che dallo spirito di conoscenza. Sottovalutiamo che anche la lettura della cronaca può darci un messaggio che ci può fare riflettere.

Così succede che porgere la cronaca di un incidente automobilistico in modo banale ci privi della trasmissione ai lettori di un segnale che invece potrebbe essere utile a salvare ulteriori vite umane.

Riportiamo di seguito, su questo tema, il bell'articolo di Laura Cucci riguardo a:

'Sicurezza stradale e luoghi comuni'

"Lo sguardo si posa sul titolo di un articolo su un incidente stradale: «A nove anni muore trafitto da un ramo». Viene da approfondire, capire il tragico contesto in cui perde la vita il bambino.

La cronaca della morte di un bimbo è già terribilmente drammatica, ma quando si arriva a questa frase: “Sebastian viaggiava nel sedile posteriore, non aveva le cinture di sicurezza (come fanno tutti)”, non si può non provare un urto di rabbia e disgusto, il senso di qualcosa di acido che sale dallo stomaco.

Vorrei chiedere al cronista: chi sono questi “tutti”? I miei figli, quattro e sette anni, non hanno mai viaggiato in auto se non nel loro seggiolino, mai in braccio a un adulto nel sedile del passeggero, mai in braccio a un adulto sui sedili posteriori, mai su una vettura che non fosse dotata di seggiolini, MAI.

Come loro, tanti altri bambini figli di genitori che ritengono che questa minima precauzione sia dovuta ai propri figli, e che non pensano che sia sufficiente attaccare l’adesivo con la scritta “Chiara/Lorenzo a bordo”, aspettandosi che alla loro sicurezza ci pensino gli altri.

Difendono se stessi e i congiunti più deboli, ma i comportamenti hanno un valore generale. Un certo tipo di responsabilità è da considerare un bene collettivo.

Quel “come fanno tutti” porta alla fatalità inevitabile, mentre altra cosa sarebbe stato dire “come fanno tanti, purtroppo”.

In Italia i minori di 14 anni feriti in incidenti sono circa 11mila all'anno e di questi circa 130-150 muoiono come conseguenza dell'incidente.

Le statistiche registrano che in gran parte dei casi i bambini deceduti in seguito agli incidenti non erano stati assicurati con i sistemi di ritenuta.

Qual è il rischio di morte in questo caso? La stima è di 7 volte più che per un bimbo legato rispettando le norme vigenti.

Ecco, il cronista che fa un commento ha la possibilità di inserirlo nel contesto giusto, non nel quadro rassegnato dei luoghi comuni di un paese senza regole.

Mi permetto – sommessamente – di segnalare a chi informa: che non informa abbastanza, che non ricorda che c’è nel nostro Codice della Strada l’articolo 172 (“Uso delle cinture di sicurezza e sistemi di ritenuta per bambini”), e che la violazione comporta rischi ben più gravi di una sanzione pecuniaria e cinque punti sulla patente.

Non so se l’uso della cintura avrebbe potuto salvare il piccolo Sebastian, questo è, tuttavia, probabile. Ho invece la certezza che sia inaccettabile e vergognoso che si possa con tanta leggerezza, sulla stampa, avallare la violazione di una norma posta a tutela della sicurezza con il pretesto che “lo fanno tutti”; cosa, peraltro, falsa. Per fortuna siamo in molti, certo non abbastanza, e anche se fossi io da sola, non saremmo “tutti”".


(www.megachip.info)

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Ottobre 2011 07:12
 
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